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LE PAROLE DETTE ALL'INVESTIGATORE PRIVATO VALGONO COME "CONFESSIONE" In evidenza

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Le dichiarazioni fatte all'investigatore, nel campo dell'indagine assicurativa, hanno il valore di una confessione anche se a rilasciarle è un soggetto non ancora indagato. A chiarirlo è stata la Cassazione Penale con la sentenza n.1731 del 21 dicembre 2017. Secondo la Corte in tema di reato di frode in assicurazione, previsto dall'art. 642 del codice penale “le dichiarazioni rilasciate all'investigatore privato, delegato dalla compagnia assicuratrice, dalla persona che assumerà la veste di indagato, hanno natura di “confessione stragiudiziale” e sono, pertanto, utilizzabili in sede processuale e valutabili secondo le regole del mezzo di prova che le immette nel processo”.

Il citato art. 642 punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, al fine di conseguire per sé o per altri l'indennizzo di una assicurazione o comunque un vantaggio derivante da un contratto di assicurazione, distrugge, disperde, deteriora od occulta cose di sua proprietà, falsifica o altera una polizza o la documentazione richiesta per la stipulazione di un contratto di assicurazione.

Alla stessa pena soggiace chi allo stesso fine cagiona una lesione personale o aggrava le conseguenze della lesione personale prodotta da un infortunio o denuncia un sinistro non accaduto ovvero distrugge, falsifica, altera o precostituisce elementi di prova o documentazione relativi al sinistro. Se il colpevole consegue l'intento la pena è aumentata . Si procede a querela di parte. Le stesse disposizioni si applicano anche se il fatto è commesso all'estero, in danno di un assicuratore italiano, che eserciti la sua attività nel territorio dello Stato.

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