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LO STRANO CASO DEL REVERENDO PIERRE In evidenza

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Tutto iniziò in una fredda mattina romana, 19 anni fa, quando un pescatore seduto su una sponda del Tevere intravide nell'acqua un cadavere ridotto molto male. Il caso, apparentemente si risolse in amen: ventiquattro ore dopo la polizia, consultata la lista degli scomparsi, infatti diede un nome a quel corpo ormai saponificato: Padre Pierre Silviet-Carricart, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, domiciliato presso la Casa Generalizia di via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo. Era uscito dal convento il 5 gennaio e non vi aveva più fatto più ritorno. Il sacerdote francese, 57 anni, esiliato a Roma dopo una breve detenzione nella prigione di Pau con l’accusa di aver stuprato un allievo dell’istituto Notre Dame de Bétharram, di cui era rettore, sarebbe dovuto tornare presto in un Palais de Justice, convocato dal magistrato Christian Mirande in seguito alla denuncia di un secondo minore, pure lui iscritto al Notre Dame di Bétharram. Tra i brandelli di ciò che rimaneva delle vesti era impigliato un rosario, indizio utile nella complicata fase dell'identificazione. A riconoscere il cadavere all'obitorio fu un confratello del Sacro Cuore che però precisò: «È lui, anche se lo ricordo più basso...». Una volta tanto le procedure furono sollecite: il nulla osta al rimpatrio della salma fu concesso in tempi rapidissimi ed il feretro fu trasferito subito oltralpe per i funerali e il rito della sepoltura , officiato il 10 febbraio 2000 nel camposanto di Lestelle-Bétharram.

Sulla fine dell'uomo di chiesa si fece subito l'ipotesi del suicidio, indotto probabilmente dai timori di una nuova carcerazione. Del resto, la lettera trovata nella sua stanza dall’avvocato Serge Legrand, che era anche amico personale del sacerdote, poneva in evidenza uno stato d’animo sofferente, rassegnato. «Ho compiuto il mio cammino, sono al Golgota, la mia croce si sta alzando...». Ma la solerzia dell'avvocato Serge Legrand nel girare ai giornali lo struggente addio di Padre Pierre ebbe l'effetto di alimentare congetture. «Troppa fretta, che bisogno c’era di rendere pubblico lo scritto di un uomo di Chiesa?». Così, Gérard Boulanger, avvocato di una delle presunte vittime di abusi sessuali, iniziò un’agguerrita e tenace indagine, che portò qualche esito interessante. In primo luogo, l'indagine difensiva portò ad evidenziare la differenza di altezza del defunto tra quanto riportato nella carta d’identità (1 metro e 70) e quanto scritto nei referti autoptici (1 e 75). Del resto, a questo riguardo anche il confratello chiamato per il riconoscimento aveva evidenziato l'anomalia. Quindi si giunse alla richiesta di riesumazione del cadavere, sulla base di un terribile sospetto: sicuro che dentro la bara ci fosse proprio il corpo di Padre Pierre? Non è che qualcuno aveva trovato il modo di infilare nella cassa un morto recuperato chissà dove, al fine di coprire la fuga e regalare una seconda vita al prete marchiato di pedofilia?

Insomma, un complotto ben congegnato per favorire Padre Pierre.

A ricostruire diversamente la storia, respingendo ogni ipotesi di questo tipo fu Saràpoi Adriano Meis, eminente personalità della congregazione, secondo cui l'ipotesi del complotto rappresentava un'assurdità al limite della fantascienza, frutto “dell’anticlericalismo fortemente radicato in Francia, cui si aggiunse il narcisismo tipico di certa magistratura”. Ma l’ipotesi della macchinazione fu presa talmente sul serio e la tomba venne scoperchiata davvero. Scrisse Liberation il 10 novembre 2000: «Il rigoroso allineamento delle sobrie lapidi dei religiosi di Notre-Dame-de-Bétharram sarà sconvolto: si tratta di riesumare il corpo dell’ultimo padre anziano per un campione di Dna». E così fu. Le spoglie mortali del reverendo tornarono alla luce per il loro ultimo viaggio alla volta dei laboratori di Genetica forense. «Il Dna conferma l’identità del religioso sepolto a Pau. Il corpo è di P. Pierre Silviet-Carricart. Ciò pone fine all’azione penale e sancisce il non luogo a procedere», ufficializzò la notizia il giornale cattolico La Croix, il 5 dicembre 2000. Il caso è risolto, salvo comprendere la causa della morte.

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