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Dopo più di due anni di lavoro il traguardo è oramai vicinissimo: presto avremo la norma UNI sulla professione del Criminologo. Si è conclusa da poche ore una riunione decisiva del tavolo di normazione per regolamentare la professione. Decisi i requisiti d'accesso, per la certificazione e le conoscenze, competenze ed esperienze necessarie. E' già stata calendarizzata la prossima riunione nella quale, si auspica, sarà licenziato il testo definitivo.

Nessun rapimento, nessuna fuga, come si pensava in un primo momento quando ancora si nutriva una certa speranza: Mario Bozzoli, l'imprenditore bresciano scomparso l'8 ottobre 2015, sarebbe stato ucciso nella fabbrica di Marcheno dai rampolli di famiglia, 33 e 40 anni, figli del fratello maggiore Adelio, con i quali condivideva l’azienda fra mille litigi. Un odio familiare profondo covato per anni ed esploso nell’ultimo giorno di vita del titolare di una fonderia della Val Trompia che sfornava lingotti d’ottone. L'indagine, che era stata avocata a se dal procuratore generale di Brescia, è giunta in questi giorni formalmente a conclusione con l'accusa di omicidio premeditato. Per soldi e per profondo odio personale. Il tutto in famiglia, ancora una volta teatro di violenza e morte.

Il corpo non si è mai trovato, pertanto l'ipotesi investigativa più plausibile sembrava quella della soppressione del cadavere nel forno di fusione del metallo. L'anatomopatologa Cristina Cattaneo incaricata degli accertamenti nel forno ha cercato il dna di Bozzoli fra i materiali di scarto del forno, ma non è emersa alcuna traccia biologica fra le ceneri della fonderia e neppure negli ambienti circostanti. Che fine ha fatto il corpo? Non si sa, pertanto avremo l'ennesimo processo per omicidio senza il cadavere.

Un processo indiziario, dunque, dove occorrerà cucire insieme secondo una logica frammenti non proprio decisivi, se presi singolarmente. Al di là dell’inchiesta finanziaria delle Fiamme Gialle, alcune testimonianze sono considerate importanti. Come quella dell’ex fidanzata bergamasca di Giacomo, Jessica: «Sono stata con lui fino al 2011. Mi aveva detto che i suoi rapporti con lo zio non erano buoni. Avrebbe voluto ucciderlo, ma per farlo, serviva il delitto perfetto». La ragazza di un amico di Giacomo che avrebbe addirittura sentito qualcuno chiedergli se e quando avrebbe ucciso lo zio. Mentre uno degli operai ha riferito: «una volta il nipote mi aveva promesso dei soldi se avessi picchiato Mario». Altro indizio: le telecamere interne dell’azienda. Sarebbero state direzionate da remoto in modo da non inquadrare alcuni ambienti. E le password per intervenire erano nella disponibilità dei solo nipoti. C'è poi un giallo nel giallo: quello dell’operaio Giuseppe Ghirardini, presente in azienda il giorno del delitto, e trovato morto dieci giorni dopo fra i boschi della Valcamonica, con una fiala di cianuro in corpo. Anche questa indagine è stata avocata dalla procura generale. «Una cosa è certa — spiegano gli inquirenti — Ghirardini arrivò lassù da solo e quindi non può trattarsi di omicidio. Al limite di un’istigazione al suicidio». Ma è solo un'ipotesi non sorretta da nemmeno un elemento indiziario.

Il risultato delle indagini dattiloscopiche offre piena garanzia di attendibilità e può costituire fonte di prova senza elementi sussidiari di conferma anche nel caso in cui sia relativo all'impronta di un solo dito, purché evidenzi almeno sedici o diciassette punti caratteristici uguali per forma e posizione, in quanto fornisce la certezza che la persona con riguardo alla quale detta verifica è effettuata si è trovata sul luogo in cui è stato commesso il reato. Con tale affermazione, contenuta nella sentenza n. 54493 del 28 settembre 2018, la Quinta sezione penale delle Cassazione ha ribadito una posizione già univoca della giurisprudenza di legittimità. Ne consegue che il risultato dell'indagine dattiloscopica, anche in questo caso, è legittimamente utilizzato dal giudice ai fini del giudizio di colpevolezza, in assenza di giustificazioni o prova contraria su detta presenza.

Tutto iniziò in una fredda mattina romana, 19 anni fa, quando un pescatore seduto su una sponda del Tevere intravide nell'acqua un cadavere ridotto molto male. Il caso, apparentemente si risolse in amen: ventiquattro ore dopo la polizia, consultata la lista degli scomparsi, infatti diede un nome a quel corpo ormai saponificato: Padre Pierre Silviet-Carricart, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, domiciliato presso la Casa Generalizia di via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo. Era uscito dal convento il 5 gennaio e non vi aveva più fatto più ritorno. Il sacerdote francese, 57 anni, esiliato a Roma dopo una breve detenzione nella prigione di Pau con l’accusa di aver stuprato un allievo dell’istituto Notre Dame de Bétharram, di cui era rettore, sarebbe dovuto tornare presto in un Palais de Justice, convocato dal magistrato Christian Mirande in seguito alla denuncia di un secondo minore, pure lui iscritto al Notre Dame di Bétharram. Tra i brandelli di ciò che rimaneva delle vesti era impigliato un rosario, indizio utile nella complicata fase dell'identificazione. A riconoscere il cadavere all'obitorio fu un confratello del Sacro Cuore che però precisò: «È lui, anche se lo ricordo più basso...». Una volta tanto le procedure furono sollecite: il nulla osta al rimpatrio della salma fu concesso in tempi rapidissimi ed il feretro fu trasferito subito oltralpe per i funerali e il rito della sepoltura , officiato il 10 febbraio 2000 nel camposanto di Lestelle-Bétharram.

Sulla fine dell'uomo di chiesa si fece subito l'ipotesi del suicidio, indotto probabilmente dai timori di una nuova carcerazione. Del resto, la lettera trovata nella sua stanza dall’avvocato Serge Legrand, che era anche amico personale del sacerdote, poneva in evidenza uno stato d’animo sofferente, rassegnato. «Ho compiuto il mio cammino, sono al Golgota, la mia croce si sta alzando...». Ma la solerzia dell'avvocato Serge Legrand nel girare ai giornali lo struggente addio di Padre Pierre ebbe l'effetto di alimentare congetture. «Troppa fretta, che bisogno c’era di rendere pubblico lo scritto di un uomo di Chiesa?». Così, Gérard Boulanger, avvocato di una delle presunte vittime di abusi sessuali, iniziò un’agguerrita e tenace indagine, che portò qualche esito interessante. In primo luogo, l'indagine difensiva portò ad evidenziare la differenza di altezza del defunto tra quanto riportato nella carta d’identità (1 metro e 70) e quanto scritto nei referti autoptici (1 e 75). Del resto, a questo riguardo anche il confratello chiamato per il riconoscimento aveva evidenziato l'anomalia. Quindi si giunse alla richiesta di riesumazione del cadavere, sulla base di un terribile sospetto: sicuro che dentro la bara ci fosse proprio il corpo di Padre Pierre? Non è che qualcuno aveva trovato il modo di infilare nella cassa un morto recuperato chissà dove, al fine di coprire la fuga e regalare una seconda vita al prete marchiato di pedofilia?

Insomma, un complotto ben congegnato per favorire Padre Pierre.

A ricostruire diversamente la storia, respingendo ogni ipotesi di questo tipo fu Saràpoi Adriano Meis, eminente personalità della congregazione, secondo cui l'ipotesi del complotto rappresentava un'assurdità al limite della fantascienza, frutto “dell’anticlericalismo fortemente radicato in Francia, cui si aggiunse il narcisismo tipico di certa magistratura”. Ma l’ipotesi della macchinazione fu presa talmente sul serio e la tomba venne scoperchiata davvero. Scrisse Liberation il 10 novembre 2000: «Il rigoroso allineamento delle sobrie lapidi dei religiosi di Notre-Dame-de-Bétharram sarà sconvolto: si tratta di riesumare il corpo dell’ultimo padre anziano per un campione di Dna». E così fu. Le spoglie mortali del reverendo tornarono alla luce per il loro ultimo viaggio alla volta dei laboratori di Genetica forense. «Il Dna conferma l’identità del religioso sepolto a Pau. Il corpo è di P. Pierre Silviet-Carricart. Ciò pone fine all’azione penale e sancisce il non luogo a procedere», ufficializzò la notizia il giornale cattolico La Croix, il 5 dicembre 2000. Il caso è risolto, salvo comprendere la causa della morte.

Stalking e violenza di genere. se ne parlerà domani, 8 maggio 2019, in una giornata di studi presso la Sala Consiliare del Comune di Sarzana.

Aprirà i lavori il Sindaco di Sarzana, dottoressa Cristina Ponzanelli.

L'intervento centrale è affidato allo Psichiatra Leonardo Moretti, membro del comitato scientifico dell'Associazione Criminologi Per l'Investigazione e la Sicurezza e componente del tavolo UNI per la norma sul profilo professionale del Criminologo.

L'inizio dei lavori è previsto alle ore 18,30. Oltre agli interessati alle materie criminologiche il convegno è aperto a tutti.

Si chiama Abu Bakr Al Baghdadi ed è l'uomo più ricercato al mondo. E' il leader della più pericolosa organizzazione terroristica mai esistita e responsabile di migliaia di morti innocenti. Sulla sua testa pende una taglia da 25 milioni di dollari. A dargli la caccia sono i servizi segreti di tutto il mondo, in testa gli americani che per scovare Califfo impegnano i droni, le divisioni cyber e le special forces sul campo. Ma sono molto impegnati anche i servizi curdi e quelli iracheni con loro agenti sotto copertura, nonché le divisioni russe, responsabili però nel giugno 2017 di aver diffuso nel 2017 la notizia – non verificata – della morte di Al Baghdadi.

Nel tentativo di localizzarlo l'intelligence ha analizzato l’ultimo filmato di propaganda diffuso da Media Al Furqan sito di riferimento del sedicente Stato islamico, deducendo che il califfo potrebbe nascondersi in una zona montuosa situata al confine tra la Siria e l'Iraq, sulle montagne di Sinjar oppure nel deserto a sud di Hasakah. Un indicazione a dire il vero un po' generica. A confermalo la verifica delle temperature nell'aerea appena citata, che coincidono con i vestiti pesanti indossati dal sedicente Califfo. Peraltro si tratta di una località molto vicina al suo luogo di nascita dove Al Baghdadi riesce ad evitare il tradimento. Si ipotizza addirittura che paghi letteralmente il silenzio di chi è conoscenza dei suoi spostamenti, attraverso “mazzette” e “donazioni” ai capi delle tribù dei territori dove di volta in volta si sposta. L'altra ipotesi è che non comunichi più via radio e abbia adottato il sistema dei «pizzini» (messaggi scritti o orali) già utilizzato da Osama Bin Laden e Al Zawahiri e in ambiente mafioso da Bernardo Provenzano. Stando alle notizie trapelate sulla stampa nel 2016 il Califfo avrebbe commesso un grave errore che ha rischiato di costargli la vita. Per 45 secondi ha parlato via radio ai suoi seguaci per esortarli a resistere mentre erano impegnati nella battaglia per la città di Mosul, che sarebbe poi caduta. Quel messaggio è stato intercettato e ha dato il via ad un frenetico tentativo della coalizione anti Isis di trovarlo e ucciderlo in un raid. Ma individuato il punto da cui era partita la chiamata, il Califfo si era già dileguato. Ora, dunque, bandita ogni comunicazione sia pure criptata per le comunicazioni terroristiche, è facile pensare che Al Baghdadi abbia imposto il silenzio radio. Secondo l'intelligence, inoltre, il Califfo si muoverebbe con la protezione da un gruppo selezionato e ristretto di fedelissimi. Il suo cerchio magico sarebbe composto da tre persone: il suo fratello maggiore Joumouaa, il suo autista e guardia del corpo Abdellatif al-Juburi, suo amico di infanzia, e il suo messaggero, Saud al-Kourdi. Per arrivare a lui dunque bisogna agganciare una di queste figure.

 

 

Il ministro dell'Interno ha firmato questa mattina la circolare destinata a prefetti per aumentare i controlli e il livello di attenzione intorno ai luoghi di aggregazione di cittadini islamici. Lo rivela una nota del Viminale che in relazione alla minaccia terroristica spiega: "In considerazione del profilo della minaccia, incarnata anche da singoli radicalizzati istigati dal messaggio propagandistico, occorre riservare una cura particolare alle dimensioni di elezione del proselitismo". In questo senso, nella categoria da monitorare "rientra la variegata realtà dei centri di aggregazione e delle associazioni culturali asseritamente ispirate alla fede musulmana, distribuite su tutto il territorio nazionale ma concentrate soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Sicilia e Toscana. Una presenza in aumento, contraddistinta da differenti ideologie di riferita matrice religiosa, in certi casi orientata a una strumentale interpretazione radicale e intransigente dell'Islam". Da tenere d'occhio anche gli "Altri circuiti di rilievo - prosegue il documento - sono quelli parentali e relazionali che, tuttavia, risultano di difficile penetrazione". In linea con la recente legislazione in materia di “sicurezza integrata” il Viminale chiede anche ai Comuni e agli enti locali tutti di farsi "sentinella" di possibili progetti ostili e di radicalizzazioni in casa.

Che il caso Moro nasconda verità inconfessabili, purtroppo destinate a rimanere sepolte nell'oscurità, è ormai assodato, data l'ampia letteratura sul tema.

La notizia del giorno, destinata ad avvalorare questa tesi, arriva dal carcere di massima sicurezza di Parma. "Potevo salvare Moro, fui fermato". Queste le dichiarazioni del super boss della camorra, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, in carcere da anni, in un verbale inedito di un interrogatorio del 2016 di cui riferisce oggi in esclusiva Il Mattino. "Aiutai - spiega Cutolo - l'assessore Cirillo (rapito e successivamente rilasciato dalle Br, ndr), potevo fare lo stesso con lo statista. Ma i politici mi dissero di non intromettermi". Nel '78 Cutolo era latitante e si sarebbe fatto avanti per cercare, sostiene lui, di salvare Moro. "Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava". Le dichiarazioni di Cutolo risalgono al 25 ottobre del 2016.

E' legittimo il pedinamento prolungato del lavoratore dipendente, nell'ambito dei controlli difensivi effettuati dal datore di lavoro. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza 18 luglio 2017, n. 17723.

La questione riguardava il licenziamento, per giusta causa, di un dipendente di una compagnia assicurativa, con compiti di revisore, cioè di visita delle agenzie per verificare il rispetto delle politiche aziendali.

La Cassazione – e qui sta la parte più interessante della sentenza – ha datto torto al Tribunale che in prima istanza aveva ritenuti violativi della privacy del lavoratori i controlli investigativi effettuati, in quanto considerati invasivi ed insussistenti alcuni degli episodi contestati anche alla luce dell'istruttoria espletata. Al contrario, la Corte d'Appello, aveva ritenuto legittimo il controllo investigativo disposto dal datore di lavoro tenuto conto delle mansioni del dipendente che in gran parte della sua attività lavorativa era in viaggio per l'Italia per cui una ventina di giorni di pedinamento si rivelavano necessari. In esito ai pedinamenti, che erano diretti ad accertare eventuali illeciti, erano state raccolte anche informazioni sulla vita privata del lavoratore, ma questo solo perché il lavoratore stesso appariva in servizi avendo mancato l'inserimento di tre giorni di ferie nel sistema gestionale della compagnia e dal mancato rientro nella sede di provenienza da una trasferta. Eventuali altri aspetti di violazione della privacy potevano al più legittimare pretese di risarcimento del danno nei confronti dell'Agenzia investigativa.

Con la pronuncia di cui trattasi la Corte di Cassazione ha confermato il proprio orientamento in materia di esclusione dell’applicabilità degli artt. 3, 4 ed 8 dello Statuto dei Lavoratori con conseguente legittimità dei controlli sui dipendenti esercitati dal datore di lavoro al fine di tutelarsi da comportamenti illeciti del lavoratore. Ancora, la sentenza è valsa a chiarire la legittimità dell’attività di pedinamento portata avanti dall’agenzia investigativa per un periodo piuttosto prolungato, seppure ponendo tale decisione in stretta connessione con la tipologia di impiego svolta dal dipendente. In sostanza, non solo il pedinamento è legittimo, ma può protrarsi anche a lungo se le condizioni lo giustificano.

Anche le telefonate "mute", ripetute in maniera molesta sia pure per scherzo, integrano il reato di molestia telefonica. Lo ha stabilito la Cassazione penale, sezione I, con la sentenza 27 marzo 2019, n. 13363. Secondo la Corte: "risponde del reato di molestie a mezzo del telefono colui che, anche durante la notte, sebbene animato da motivi ludici, esegua numerose telefonate mute e anonime al telefono di cellulare un amico, atteso che anche i semplici squilli, se idonei a cagionare un turbamento o una molestia, integrano il reato di cui all’art. 660 c.p".

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