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Nell'ambito del cosiddetto accordo Italia-Cina sulla cosiddetta “Via della seta”, è stato approvato il “Memorandum d'Intesa sulla prevenzione dei furti, degli scavi clandestini, importazione, esportazione, traffico e transito illecito di beni culturali e sulla promozione della loro restituzione”. E per suggellare l'accordo sono stati restituiti alla Cina 796 reperti di epoca compresa tra il Neolitico e la Dinastia Ming, sottratti al patrimonio culturale cinese ed esportati illegalmente in Italia. I beni sono stati recuperati grazie a una lunga attività investigativa, condotta dal Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio culturale. I primi accertamenti svolti dagli esperti hanno consentito di stabilire che i beni risultavano in prevalenza assimilabili a quelli ritrovati negli scavi archeologici eseguiti nella provincie di Gansu, Qinghai, Shaanxi e Sichuan, riferiti al periodo storico compreso tra il 3500 a.C. ed il XVII secolo. "Restituiamo una serie di oggetti che abbiamo trovato in Italia di provenienza illecita e che appartengono al patrimonio culturale della Repubblica Popolare Cinese, recuperati grazie all’attività del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale", ha dichiarato il Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli.

L'attività di investigatore privato si inquadra ai fini previdenziali ed assistenziali nel settore del commercio. Lo ha stabilito la Cassazione civile Sez. lavoro nella sentenza 12 gennaio 2018, n. 669. Secondo la Corte, chi esercita tale attività, pertanto, non deve iscriversi alla gestione separata di cui all'art.2, comma 26, della legge n. 335/1995 non essendo, le professioni intellettuali oggetto di detta normativa, assimilabili all'attività professionale svolta dall'investigatore privato. Questi deve invece iscriversi nella gestione assicurativa degli esercenti le attività commerciali, in applicazione del disposto della lett. d) dell'art.49 della legge n. 88 del 1989, che, nel classificare ai fini previdenziali ed assistenziali (in forza di una norma generale ed esaustiva della materia, come tale modificabile solo attraverso successive norme speciali) le diverse attività lavorative e nell'includere nel settore terziario quelle commerciali, comprende in esse anche le attività che si concretizzano in una prestazione di servizi.

Potrebbe essere denunciato per molestia chi installa una telecamera per controllare i movimenti di altri condomini con l’intento di carpirne le immagini della vita privata e familiare. E' questa la sintesi del dispositivo dell'ordinanza n. 55296 dell'11 dicembre 2018, con cui la VII Sezione Penale della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un abitante avverso la sentenza che lo aveva condannato alla pena di euro 340,00 di ammenda per molestia ai danni di una condomina.

Il reato di molestia o disturbo alle persone, previsto e punito dall’articolo 660 del codice penale, prevede che “chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero per mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a cinquecentosedici euro”.
La norma tende a tutelare la tranquillità pubblica per la rilevanza che il suo turbamento ha sull’ordine pubblico, in considerazione dell’eventuale possibilità di reazione da parte della persona offesa. Pertanto la protezione del privato vittima di molestie è soltanto riflessa, atteso che tutela viene accordata anche a prescindere e, addirittura, contro la volontà della persona molestata o disturbata (tra le molte, si veda la sentenza di Cassazione 43704/2007).

La condotta idonea ad integrare la fattispecie incriminatrice risulta quella oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone, invadendo la vita privata e quella di relazione altrui.

È necessario il dolo specifico dell’agente, pertanto, lo stesso deve essere mosso da “petulanza” o da altro “biasimevole motivo”, consistente nella volontà di interferire inopportunamente nell’altrui sfera di libertà, laddove per “petulanza”, deve intendersi un atteggiamento di insistenza eccessiva e, perciò, fastidiosa, di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nell’altrui sfera, mentre il “biasimevole motivo” è quello che, pur diverso dalla petulanza, è ugualmente riprovevole in se stesso o in relazione alla persona molestata.

Ciò posto, ai fini della configurabilità del reato non hanno rilievo le pulsioni che hanno spinto ad agire e, pertanto, sussiste il dolo nel reato in questione anche nel caso in cui si arrechi molestia o disturbo alle persone allo scopo di esercitare un proprio diritto o preteso diritto, allorché ciò avvenga con modalità arroganti, impertinenti o vessatorie (Ex multis: Cass. n. 22055/2013). Tuttavia, non è che l'installazione della telecamera configuri automaticamente il reato dimolestia, in quanto la Cassazione ha preso in considerazione una serie di condotte poste in essere, l’astio verso la persona offesa, l’intromissione nella sfera di riservatezza, il disagio procurato e il turbamento della vita quotidiana.

In particolare è stato evidenziato come la questione “telecamera” si inseriva in più complesso ambito di contrasto nel rapporto tra condòmini, laddove l’imputato, adirato per l’opposizione da parte di una condomina alla installazione di una canna fumaria e di alcune tende parasole, nonché all’utilizzo particolare del cortile comune, aveva dato corso nei confronti della stessa ad una serie di condotte moleste, oltre che a dispetti vari.
Nello specifico, i comportamenti posti in essere nei confronti della persona offesa, per come accertato nel corso dell’istruttoria, erano consistiti in contrasti verbali, anche accesi, con la stessa, nell’installazione di una telecamera per controllare i movimenti della condomina con l’intento di carpirne le immagini della vita privata e familiare ovvero simulando l’intenzione di investirla con la propria autovettura. A nulla sono valse le difese dell’imputato che riteneva come alcuna condotta avesse assunto le caratteristiche della petulanza o del biasimevole motivo, in considerazione del fatto che le azioni dello stesso risultavano inserite in un ambito di contrasti condominiali reciproci e, pertanto, non erano finalizzate a creare disturbo.

 

(AICIS) La qualifica di investigatore privato non è presupposto sufficiente per ottenere il porto di pistola. Almeno secondo il T.A.R. Lombardia (Brescia Sez. I) che con sentenza n. 37 del 17 gennaio 2019 ha stabilito: Il rilascio della licenza di porto di pistola per difesa personale non può essere giustificato dalla qualità di investigatore privato del richiedente, di per sé considerata, atteso le non sono ravvisabili esigenze di difesa personale particolarmente pressanti ed evidenti”.

Lo stesso Tribunale amministrativo si era espresso con il medesimo orientamento restrittivo, anche a fronte della motivazione del maneggio di denaro da parte dell'investigatore. Con la sentenza 1101 del 20 novembre 2018, aveva infatti statuito che: “La qualità di investigatore, socio accomandante e dipendente di un istituto di investigazioni, coinvolto in mansioni direttive ed amministrative che prevedono il maneggio di somme di denaro e la qualità di vice presidente di un'associazione di supporto alle vittime dell'usura, di per sé considerate e genericamente fatte valere, non configurano il "bisogno" connesso ad esigenze di difesa personale particolarmente pressanti ed evidenti che possono giustificare il rilascio della licenza di porto di pistola per difesa personale”. Anni addietro si era pronunciato pressoché in modo identico il T.A.R. Campania (Napoli Sez. V) con sentenza 11 maggio 2009, n. 2522. Dello stesso avviso anche il Consiglio di Stato per il quale: “Non risulta essere affetto da difetto di motivazione il provvedimento di rigetto dell'istanza di rilascio del porto di pistola per difesa personale, che abbia posto a base del suddetto rigetto l'insufficiente dimostrazione del "bisogno", analizzando con compiute e ragionevoli proposizioni i presupposti fattuali; ai fini del rilascio, infatti, la qualità di investigatore, socio accomandante e dipendente di un istituto di investigazioni, coinvolto in mansioni direttive ed amministrative che prevedono il maneggio di somme di denaro e quella di vice-presidente di un'associazione di supporto alle vittime dell'usura non configurano, di per sé solo, il "bisogno" connesso a esigenze di difesa personale particolarmente pressanti ed evidenti che giustificano il rilascio della licenza in questione, qualora non si prospetti, oltre alle suddette qualità, circostanze e fatti specifici e significativi, dai quali si desuma una connotazione concreta del bisogno e l'esigenza di indagini a conferma da parte dell'autorità di P.S.” (Cons. Stato Sez. VI, 21 maggio 2007, n. 2536).

L'attività di individuazione delle impronte digitali mediante un sistema che attraverso l'uso di un prodotto chimico evidenzia e fissa le stesse non è assoggettato alla disciplina prevista per gli accertamenti non ripetibili. Lo ha affermato, con sentenza del 28 marzo 2018, la Corte d'Appello Lecce, sgombrando il campo dal dubbio che l'attività della polizia scientifica sulla scena del crimine possa essere assoggettata alle procedure garantiste previste per l'esecuzione degli atti non ripetibili. Del resto, la Cassazione Penale, intervenendo sullo stesso tema, aveva già chiarito che “l'attività di individuazione e rilevamento delle impronte dattiloscopico-papillari, risolvendosi in operazioni urgenti non ripetibili di natura meramente materiale, rientra nella disciplina di cui all'art. 354, comma secondo, cod. proc. pen. (accertamenti urgenti o cosiddetto sopralluogo di polizia) e non in quella concernente gli accertamenti tecnici non ripetibili di cui agli artt. 359 e 360 cod. proc. pen. (accertamenti non ripetibili), i quali presuppongono attività di carattere valutativo su base tecnico-scientifica ed impongono il rispetto del contraddittorio e delle correlate garanzie difensive (Cass. pen. Sez. II, 8 settembre 2016, n. 45751)

Non basta l'accettazione, anche se espressa per iscritto dal lavoratore, a scriminare la condotta del datore di lavoro che installa sul luogo di lavoro un'apparato di videosorveglianza in violazione dell'art. 4 della legge n. 300 del 1970. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 10 aprile 2018, n. 38882.

Parcheggiare l'auto sotto un sistema di videosorveglianza non far venir meno l'idea che, a prescindere dalla presenza delle telecamere, il proprietario possa aver comunque confidato sul comune senso di rispetto delle cose altrui. Pertanto se qualcuno graffia la vernice con un oggetto appuntito, ricorre l'aggravante della esposizione dell'oggetto alla pubblica fede. Lo ha stabilito il Tribunale di Firenze (sentenza 30 luglio 2018) sostenendo che: Ai fini della configurabilità della fattispecie di cui all'art. 635, la presenza di un sistema di videosorveglianza predisposti a protezione dell'autovettura collocata sulla pubblica, (graffiata con un oggetto appuntito dal prevenuto), non determina il venir meno dell'affidamento del proprietario sul senso di rispetto collettivo dell'altrui bene e quindi non vale ad escludere lo configurabilità dell'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede nel caso di danneggiamento”.

Tre autopsie e ancora qualche mistero sulla morte, nel 2013 a Madrid, del giovane cameraman Mario Biondo. Gli esiti dell'esame medico-legale potrebbero non essere stati esaustivi, tanto che la Procura Generale di Palermo ha riaperto il caso. Nessun dubbio che la medicina legale, sul piano dell'utilizzo nelle indagini e nei processi, rientri tra le scienze (tradizionalmente) riconosciute nel mondo scientifico. Altro discorso è la forza probatoria della perizia medico-legale nel processo.A riportare in evidenza questa distinzione concettuale abbiamo l'oscuro caso della morte a Madrid del cameraman palermitano Mario Biondo, il 30 maggio 2013.Sul corpo del giovane sono state eseguite ben tre autopsie: la prima dalle autorità spagnole, le altre due in Italia, dopo la riesumazione del corpo disposta dai PM su richiesta dei genitori.Il primo esame – giudicato dalla famiglia come troppo sbrigativo – si concluse avvalorando l'ipotesi del suicidio. La seconda autopsia diede lo stesso esito. I risultati della terza autopsia – svolta presso l'Istituto anatomico del Policlinico di Palermo con esperti nominati dai pubblici ministeri italiani e anche da una squadra assunta dalla famiglia – sono attesi entro la fine di gennaio.

LA SCENA DEL CRIMINE - Il cadavere fu trovato adagiato di spalle alla libreria con una pashmina attorno al collo. Rifiutando l'ipotesi del suicidio, i legali della famiglia hanno fatto pervenire al Procuratore Generale alcune perplessità: innanzitutto la postura del cadavere. Il giovane si sarebbe impiccato ad una libreria ma è anomalo che gli spasmi di un uomo di 80 chili non abbiano provocato la caduta di nessun oggetto, neppure di due piume su una mensola. I periti di parte ricostruiscono invece quella che sembra la scena di un omicidio. Sul collo ferite compatibili con un cavo e non una pashmina. Sulla tempia segni di un colpo compatibile con un posacenere, come quello ritrovato nell’appartamento. Secondo questa ipotesi Biondo sarebbe stato stordito e poi strangolato. E su questo la nuova autopsia potrebbe fare chiarezza. Sul cadavere è stata infatti effettuata una Tac per rilevare eventuali microlesioni. IL MOVENTE? La difesa della famiglia avrebbe anche individuato un possibile movente. Si è parlato di depressione, ma la sorella ha riferito che la sera prima contattato da lei e dal fratello si era dimostrato entusiasta per il lavoro di regia che stava per ottenere.

Dopo la morte dal computer di Mario sarebbero stati cancellati centinaia di file. Chi è stato a farli sparire e perché?». Secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera del 19.11.2018, la famiglia sostiene che, giorni prima di morire, Mario Biondo avrebbe fatto delle ricerche in Rete che potrebbero «aver svelato verità imbarazzanti».

 

 

 

 

Grazie al lungo lavoro del Comitato Scientifico di AICIS, presieduto dal professor Andrea Antonilli dell'Università di Chieti-Pescara, siamo finalmente approdati al tavolo normativo UNI, pertanto la prospettiva di avere una norma sulla professione del Criminologo è oramai davvero prossima. 

Dopo due anni di confronto, la fase pre-normativa ed un'evidenza pubblica senza rilievi, il 16 gennaio è stata consegnata ad UNI la scheda dei compiti, delle competenze e conoscenze proprie del criminologo.

La perimetrazione del termine criminologo non è sempre univoca e conseguentemente la stessa professione si declina in tante diverse applicazioni. Secondo la definizione data dal dizionario della lingua italiana Treccani, la Criminologia è la “Disciplina che studia il delitto nella sua realtà oggettiva e nelle sue cause” e ancora “Disciplina che ha come oggetto di studio il fenomeno della criminalità e i mezzi atti a reprimerla”. Pertanto può definirsi criminologo tanto chi studia le cause, quanto chi studia la realtà oggettiva dei delitti: tanto chi studia il fenomeno, quanto chi studia i “mezzi” per reprimerli (cioè i mezzi di prova nel processo).

Partendo da tale definizione, che discende dal dizionario e non da interpretazioni estemporanee, AICIS ha previsto di inserire nella norma UNI per regolamentare la figura professionale del Criminologo i due profili della criminologia sociale e della cosiddetta criminalistica.

Non si sa se si tratti di una nuova frontiera dell'indagine “fonica”, molto utilizzata in criminalistica forense, o di un nuovo strumento di intelligence, oppure delle due cose messe insieme. Fatto sta che uno scienziato, il professor Ian McLoughlin, docente di informatica all’Università del Kent ed esperto riconosciuto di intelligenza artificiale a livello mondiale, ha sperimentato un sistema capace di dedurre dalla voce la provenienza, il sesso e addirittura lo stato d'animo del soggetto e fin anche il livello di salute. E' tutto quello che gli algoritmi di analisi vocale possono capire di noi mentre parliamo: chi siamo, da dove veniamo, il sesso, l’età, se siamo sinceri o bugiardi, se abbiamo bevuto troppo e persino il reale stato d'animo in cui ci troviamo. Basta un software di intelligenza artificiale. In un articolo su “The Conversation” lo scienziato spiegato come anche l’assistente vocale del nostro smartphone possa teoricamente cogliere aspetti della nostra personalità non evidenti. Secondo le sue dichiarazioni, riportate dal periodico Focus,Gran parte dell'IA (intelligenza artificiale) che è stata sviluppata può effettivamente dedurre una quantità incredibile di informazioni personali solo dal suono della vostra voce. Può determinare chi siete e da dove venite, la vostra posizione attuale, il vostro sesso e la vostra età e quale lingua state parlando. Tutto solo dal modo in cui la vostra voce suona quando parlate”. “Altri sistemi IA audio possono rilevare se state mentendo, analizzare il vostro livello di salute e benessere, lo stato emotivo e persino se siete o meno in stato di ebbrezza. Esistono persino sistemi in grado di rilevare ciò che state mangiando quando parlate a bocca piena, oltre a una serie di ricerche che esaminano la diagnosi delle condizioni mediche dal suono”. Non solo: gli algoritmi di analisi vocale possono arrivare a identificare l'attitudine di chi parla in una conversazione, raccogliere messaggi inespressi o rilevare conflitti tra due o più interlocutori.

Questa straordinaria capacità di comprensione, è possibile grazie all’elaborazione di milioni di registrazioni. L’algoritmo inizia gradualmente a dedurre quali caratteristiche dei dati sono associate a delle "etichette". Per esempio, un sistema che voglia risalire al genere della persona che parla, ne registrerà la voce dallo smartphone e la elaborerà per estrarre "funzioni”, cioè un piccolo insieme di valori rappresentativi. Il modo in cui queste oscillano negli intervalli di tempo considerati sarà leggermente diverso a seconda che stia parlando un uomo o una donna e il sistema è dunque in grado di distinguere.

Il boom degli assistenti personali come Siri, Alexa e Google Home dovrebbe farci riflettere su come l’intelligenza artificiale si stia diffondendo rapidamente e prevenire eventuali rischi. “Nelle mani sbagliate - avverte McLoughlin - queste tecnologie potrebbero assomigliare più alla polizia del pensiero teorizzata da George Orwell nel libro 1984. La sorveglianza audio (e video) può già rilevare le nostre azioni, ma i sistemi di intelligenza artificiale stanno iniziando a rilevare cosa c'è dietro quelle azioni - cosa stiamo pensando, anche se non lo diciamo a voce alta”.

Ovvio che una tecnologia del genere, applicata all'indagine giudiziaria, potrebbe portare a risultati sorprendenti. L’impulso ad un ricorso sempre crescente verso le investigazioni vocali si è progressivamente amplificato anche a causa del fatto che all’incremento di dispositivi per la comunicazione a distanza e delle forme svariate di comunicazione via internet, molto spesso, si accompagna l’utilizzo di tecniche volte a rendere anonima l’identità dell’utente. Si tratta di una problematica ben nota sia nel settore delle intercettazioni telefoniche, in cui si riscontra di frequente l’utilizzo di sim card acquisite con documenti contraffatti, o tramite prestanome, che nel campo delle intercettazioni ambientali, a contrasto delle quali si adottano contromisure che rendono impossibile procedere ad attività di osservazione e identificazione di soggetti che si trovano in luogo di monitoraggio. In questi casi, e più in generale laddove non sia possibile pervenire all’identificazione di un sospetto ricorrendo ad elementi ulteriori ed estrinseci del parlato, la traccia vocale registrata attraverso le intercettazioni può essere un punto fondamentale di partenza per una indagine.

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