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L'errore nella raccolta di reperti, nell'indagine per omicidio, può condurre a conseguenze aberranti. In letteratura criminologica si parla di “errore materiale” che devia il corso dell'indagine a volte in maniera irreparabile. Ne è un esempio il clamoroso caso dell'infermiera di Lugo di Romagna (RA) arrestata con l'accusa di aver facilitato la dipartita di una anziana signora ricoverata nell'Ospedale in cui lei lavorava. Ora la Corte d'Assise d'Appello di Bologna ha stabilito – confermando l'assoluzione in primo grado che la paziente non morì per avvelenamento da potassio, né acuto né sub-letale: il tubicino della flebo contenente potassio non era suo. Inoltre, i reperti erano stati raccolti da personale ospedaliero quando già l'infermiera era stata individuata quale "possibile autore del reato". Era stata pertanto "disattesa ogni garanzia prevista" dalla legge arrecando "alle indagini un vulnus di correttezza e di genuinità". L'infermiera, è stata quindi assolta perché "il fatto non sussiste", dall'accusa di avere ucciso la paziente 78enne Rosa Calderoni con un'iniezione di potassio praticata l'8 aprile 2014 a poche ore dal ricovero all'ospedale di Lugo, nel Ravennate. I giudici hanno anche trasmesso gli atti alla Procura competente per vagliare, nei confronti di alcune persone, l'ipotesi di calunnia e simulazione di reato.

Ha violato i computer di 35mila cittadini e la rete del Municipio di Bergen, in Norvegia, tanto che l'Ente – in virtù delle nova normativa europea sulla privacy – si è beccato una multa di 17o mila euro. Ma la notizia più sconvolgente è che non si è trattato di un attacco informatico dei russi o dei cinesi: il misterioso hacker è infatti un ragazzino di 13 anni il quale, secondo la polizia, avrebbe agito semplicemente con spirito di sfida. Vittime soprattutto professori e studenti cui erano state sottratte le password e milioni di dati personali. In quel bottino, c’era qualcosa che sembrava aver attirato più di tutto l'hacker: pagelle e voti, giudizi degli insegnanti sui loro studenti, e curricula degli stessi insegnanti. Il sistema municipale che connette le scuole al web contiene informazioni sul nome, la data di nascita, l’indirizzo, il grado scolastico di chi lo usa. Quando uno studente o un professore (o un hacker) vi accedono, accedono anche alla piattaforma centrale per l’apprendimento, che a sua volta custodisce non solo i programmi di studio ma anche i giudizi dei professori su ogni singolo allievo. Insomma, la privacy viene demolita. Per questo motivo la sanzione all'amministrazione comunale ritenuta colpevole di non essersi protetta adeguatamente. E il ragazzo? Beh, lui non può essere punito, anzi, paradossalmente la sua impresa è stata premiata: la sua straordinaria abilità non è sfuggita a una delle più note banche online della città, la Sbanken, che lo ha assunto per le vacanze estive con il ruolo di consulente di fiducia, per fargli ricontrollare i sistemi di sicurezza e sottoporgli alcuni nuovi progetti digitali. Non è il caso di tracciare paragoni con la storia del famoso Vidocq, se non per il fatto che entrambi hanno evidenziato straordinarie capacità attraverso azioni illecite, mettendole poi al servizio della legalità

Dopo alcune malefatte giovanili, nel 1806 Vidocq propose i suoi servizi di “indicatore” alla polizia di Parigi. Nel 1811 il prefetto lo incaricò di organizzare un'unità in borghese, la brigata de la Sûreté (Brigata di Sicurezza) con il compito di infiltrarsi nella malavita. Il dipartimento di polizia riconobbe il valore di questi agenti in abiti civili, e nell'ottobre 1812, l’unità sperimentale venne trasformata in un'unità di polizia di sicurezza sotto la Prefettura di polizia. Vidocq ne fu nominato capo. Il 17 dicembre 1813, Napoleone Bonaparte firmò un decreto che rese la Suretè forza di polizia di sicurezza dello Stato. Da quel giorno in poi, fu chiamata la Sûreté Nationale. La Sûreté inizialmente era un piccolo nucleo (otto, quindi dodici elementi) e, nel 1823 arrivò a venti dipendenti. Un anno più tardi, si espanse ancora una volta, a 28 agenti. Inoltre, c'erano otto persone che lavoravano segretamente per la Sûreté, ma invece di uno stipendio, avevano ricevuto licenze per sale da gioco. La maggior parte dei subalterni di Vidocq erano ex-criminali come lui. Arruolò anche persone appena uscite di prigione, come ad esempio Coco Lacour che sarebbe poi diventato il successore di Vidocq presso la Sûreté. Una storia diversa rispetto a quella del genietto norvegese, il quale parrebbe poter però avere la stessa fortuna.

(Deborah Bottino - Criminologa) La libido incontrollata dell’essere umano, che risponde precipuamente a impulsi del subconscio, in alcuni casi trova espressione attraverso la violenza. I reati sessuali, insieme all’omicidio, fanno parte di quella categoria di violenza ancestrale che fin dagli albori della vita umana sono stati parte integrante dei comportamenti dell’essere umano. In questo contributo si vuole proporre un tentativo di disamina delle aggressioni sessuali reiterate e seriali da una prospettiva tipicamente criminologica. Senza tralasciare il focus precipuo di questi delitti, funzionale a quest’analisi, concernente la serialità dell’aggressioni sessuali, ove alcuni offender, con particolari caratteristiche, attuano comportamenti reiterati e continuativi. Si possono identificare due categorie dei delitti di tipo sessuale:

  1. Unilaterali, ove si delinea una relazione tra un soggetto attivo, che pone in essere l’atto sessuale e uno passivo che lo subisce.

  2. Bilaterali, ove l’atto sessuale è posto in essere tra due soggetti consenzienti con offesa al pubblico pudore.

 Chiaramente in ambito criminologico l’attenzione è puntata su quelli di tipo unilaterali che presentano una crimogenesi e una crimodinamica collegate a processi più complessi. Secondo la letteratura criminologica, i sexual offender di solito non subiscono quel processo di evoluzione della carriera criminale ponendo in essere reati maggiori e di solito sono individui schiavi dei loro impulsi sessuali con una tendenza ad appagare in maniera infantile i loro bisogni nella sfera sessuale, inoltre la sessualità perversa non è altro che una sessualità infantile maggiorata e smembrata in tendenze particolari. Queste asserzioni non devono, però, indurre la convinzione che determinati tipi di comportamenti, permeati da disvalore, siano esclusivamente illazione legate all’incapacità di controllare gli impulsi e di cedere all’etichetta dello “psicopatico sessuale”, d’altro canto si addossa anche una certa responsabilità a una “società marcia” con la convinzione che si annidi qualcosa di malato nei valori e nei costumi di riferimento come l’educazione, il potere persuasivo dei mass media, una cultura che vede la donna deputata a una posizione di inferiorità rispetto alla figura maschile e pertanto una categoria da tutelare o ancora un sistema giudiziario poco reattivo. La credenza più diffusa è che la maggior parte di questi casi di reato si verifichino in luoghi che, per antonomasia, sono classificati come pericolosi: vicoli bui, giardini pubblici, stazioni ecc, in realtà le statistiche dimostrano che rapporti sessuali senza consenso del partner, ergo violenza carnale, siano perpetrati tra le mura domestiche rientrando nelle dinamiche di maltrattamento del cosiddetto “crimine laconico”: una serie di delitti di difficile denuncia e che rientrano nel numero oscuro. Alla base della mancanza di denuncia sui casi de quo, vi sono due principi legati ai processi di vittimizzazione che sono strettamente conseguenti: da una parte il principio di victim precipitation [Wolfang; Amir 1960-1970] che attribuisce una sorta di responsabilità alla vittima per il verificarsi dell’azione criminale, la vittima con il proprio comportamento fa precipitare gli eventi. Proprio in merito ai casi di stupro, Amir, descrive la “precipitazione” posta in essere dalla vittima ogni qualvolta appaia acconsentire al rapporto sessuale per poi ritrattare improvvisamente il consenso ovvero non reagendo in maniera adeguatamente decisa contro l’aggressore, oppure quando la vittima impiega un linguaggio lascivo o ancora delle condotte seduttive e oscene o dalla sua “reputazione”. Proprio da questo principio si origina un rischio che rientra nel conseguente principio detto blaming the victim [Ryan 1970] molte persone che hanno subito una violenza rifiutano la denominazione di “vittima” portatrice di stigma con elementi negativi, pregiudizievoli e di svantaggio. Il biasimo sociale proveniente dai consociati porta la vittima (totalmente innocente) a rimproverarsi per ciò che gli è accaduto e a provare una sorta di colpevolizzazione che produce l’imposizione di un ruolo che la vittima ripudia e la porta a non denunciare ciò cha ha patito. I criminologi anglosassoni, osservando la diffusione dei casi di violenza sessuale ove i soggetti implicati hanno un anteriore rapporto di conoscenza, hanno tratteggiato due categorie criminologiche denominate: date and acquaintance rape o non stranger rape (stupri perpetrati da soggetti conosciuti alla vittima) e stranger rape (reati perpetrati da ignoti). I primi presentano una caratteristica legata non tanto all’impiego della forza, quanto piuttosto alla coartazione di volontà e alla mancanza di consenso al rapporto sessuale e la difficoltà nell’indagine sta anche nella mancanza di propensione delle vittime di denunciare questi eventi. La ricerca criminologica, grazie alle indagini sulla vittimizzazione (IVICI), ha evidenziato le motivazioni alla base di questa scelta di tacere. Le motivazioni sono corroborate a molteplici fattori come la paura di ritorsioni da parte dell’offender sia per proteggere se stessa che la propria famiglia, l’incapacità di sopportare la notorietà, l’eventuale stigma sociale conseguente alla denuncia e dunque il peso della vergogna.

 

1.1 La serialità degli stupri: il profilo dello stupratore seriale

Il tentativo di rinvenire le motivazioni, i fattori, le variabili che costituiscono il substrato di riferimento della serialità degli stupri non è per niente facile. Partendo dal presupposto che categorizzare e classificare i comportamenti umani, tra cui i comportamenti disdicevoli, è molto spesso controproducente. Il comportamento umano è frutto di diverse interazioni che si muovono in un continuum cangiante nel tempo e nello spazio. Pertanto si potranno avere in analisi due soggetti completamente differenti che presentano diverse storie di vita, diverso temperamento, diversa personalità, diverso carattere e diverse opportunità situazionali e saranno inclusi in un’unica categoria. Il comportamento, facendo parte dell’entourage umano, presenta sempre quel dominio di incertezza e imprevedibilità e pertanto quando si fa riferimento a queste categorizzazioni, a questi profili, l’investigatore o l’esperto non devono obliare che questi sono solo degli strumenti che possono coadiuvare il lavoro investigativo ma non possono essere la base su cui edificare l’intero impianto di indagine.

Fatta questa premessa si può ora impiegare l’uso di alcune classificazioni nel caso degli stupratori seriali che sono state ottenute grazie a un lavoro di profilazione. Tra questi possiamo annoverare il lavoro dell’agente speciale dell’FBI Roy Hazelwood in forza all’unità di scienze del comportamento, in cui suddivide gli stupri in sei tipologie: i dominanti-rassicuranti (power-reassurance, i dominanti-assertivi(power-assertive) i rabbiosi-vendicatori (anger-retaliatory), i rabbiosi in cerca di eccitazione (anger-excitation), i casuali (oppurtunistic) e gli stupri di gruppo (gang rape). Queste tipologie descritte dall’FBI, anche se con nomenclature diverse, appaiono molto simili ad un altro tipo di classificazione tracciato dallo psichiatria forense Robert Simon. Simon individua quattro profili di stupratori seriali: il compensatore, il rabbioso, il dominante e il sadico.

 

Stupratore per compensazione: il compensatore agisce per una mancanza di autostima strutturata. Il suo scopo non è quello di fare del male alla vittima e nella sua mente l’atto che sta compiendo non è un atto recante disvalore ma un comportamento assolutamente normale. Come se fosse un metodo consono a intraprendere relazioni. È convinto che ciò che sta ponendo in essere sia di gradimento anche per la vittima, più volte si preoccupa dello stato di benessere della vittima e successivamente tenta di mettersi in contatto con la vittima per informarsi sulle sue condizioni.

 

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a famiglie in cui sono presenti entrambi in genitori;

  2. Molte spesso vive a casa dei genitori;

  3. Non cura la forma fisica e presenta un carattere di tipo passivo e accondiscendente;

  4. Difficilmente è in grado di stringere relazioni amicale ed è privo di partner sessuale;

  5. Trascorre molto tempo su siti pornografici;

  6. Solitamente ha un lavoro modesto ma viene ritenuto molto affidabile dai datori di lavoro;

  7. Potrebbe essere affetto da disturbi parafilici, tra cui esibizionismo e voyeurismo.

 

Modus operandi

  1. Mancanza di autostima strutturata, l’atto di violenza sessuale è volto ad aumentarla;

  2. Pone in essere solo una forza fisica necessaria a realizzare l’atto;

  3. Non impiega armi e cerca di impossessarsi di trofei con cui riprodurre l’atto in solitudine per soddisfare nuovamente la sua libido;

  4. Nello stupro mette in atto le sue fantasie sessuali;

  5. Usa un linguaggio educato, usa toni gentili e si preoccupa del benessere fisico della vittima. In questo caso applica un meccanismo di disimpegno morale quale l’etichettamento eufemistico; (Meccanismo di disimpegno morale): Intervento di tipo linguistico. Espressioni che servono a prendere le distanze dagli effetti delle proprie azioni e ad attenuare le reazioni negative che possono suscitare. Serve a mitigare la dolorosità degli effetti prodotti. Semplicemente le azioni negative, aggressive vengono riviste, etichettate con termini diversi che enfatizzano gli aspetti positivi e nascondono invece la realtà negativa. [Bandura 1986-1996])

  6. Vittima: stessa età e razza dell’offender;

  7. Spazio e tempo: Durante la notte, nei pressi del suo quartiere residenziale con cadenza media ogni 7-15 giorni;

  8.  È probabile che cerchi di mettersi in contatto con la vittima per assicurarsi delle sue condizioni, convinto che la vittima ne abbia tratto piacere;

  9. Custodisce un diario ove annota generalità della vittima e di dettagli dello stupro;

  10. Se non viene bloccato continua a reiterare gli stupri.

  11. Non essendo molto violento e presentando un carattere passivo e con scarsa autostima, una possibile decisiva reazione della vittima può metterlo in fuga.

     

Stupratore per rabbia: il rabbioso agisce per odio. Lo scopo del reiterato atto di stupro è l’ odio misogino che prova nei confronti delle donne. Attribuisce loro una sorta di colpa per qualcosa che ha subito come se tutte le donne fossero colpevoli delle ingiustizie e vessazioni a cui lui è stato sottoposto. Agisce in maniera conscia, con la consapevolezza di ciò che compie e della violenza che arreca alla vittima. Lo stupro è solo uno dei tanti atti violenti che pone in essere per avere una rivalsa. È uno solo dei tanti mezzi con cui realizza la sua “vendetta” contro il sesso femminile.

 

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a una famiglia vessata da diverse problematiche;

  2. Solitamente è cresciuto con un solo genitore (a causa di divorzio/separazione o altro), ha sviluppato sentimenti di ostilità nei confronti delle donne a causa del tipo di relazione stretta con la figura genitoriale di riferimento;

  3. È particolarmente legato al concetto di virilità, espressione di forza e vigore maschile e pertanto si dedica alla cura del corpo con attività sportive come il culturismo;

  4. Solitamente ha un partner stabile (legato con il vincolo del matrimonio) e non è aggressivo nei suoi confronti;

  5. Intrattiene molteplici rapporti extraconiugali;

  6. Presenta un temperamento violento, un carattere dinamico, risoluto e volto all’azione.

 

Modus operandi

  1. Attacchi improvvisi e privi di pianificazione;

  2.  Obiettivo precipuo è di causare dolore e sofferenza;

  3. La vittima viene umiliata, denigrata, insultata. Le vengono strappati violentemente i vestiti di dosso e sferrati dei pugni e degli schiaffi;

  4. L’umiliazione della vittima continua anche dopo la sottomissione per aumentare eccitazione e infondere ulteriore terrore;

  5. Stupro vaginale, anale, e costrizione a rapporti orale (l’offender sente la necessità di esternare la sua rabbia con qualsiasi modalità, può ad esempio stuprare la vittima analmente e poi costringerla a praticare un rapporto orale e infine spargerle il liquido seminale sul volto);

  6. Vittima: stessa razza e stessa età (o più grande) dell’offender;

  7. Dopo l’atto non cerca più di contattare la vittima;

  8. Intervallo di tempo fra uno stupro e l’altro: sei mesi o un anno.

  9. L’offender presenta una componente violenta estremamente cruenta. Qualsiasi reazione della vittima, sia di passività sia reattività, non ferma l’azione. La vittima riporta molte percosse che la possono costringere a prognosi riservata o nei casi più aberranti le conseguenze riportate conducono alla morte.

Stupratore per potere: la componente principale dello stupratore per potere è il dominio. Lo stupro e la violenza nel suo anteposto generico rappresentano solo un mero mezzo per sottomettere la vittima e ribadire il potere che insito nella sulla virilità, lo stupro è un diritto connaturato giacchè tutto gli è dovuto.

 

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a famiglia monogenitoriale o adottiva;

  2. Spesso ha subito abusi durante l’infanzia;

  3. Presenta problemi fra le mura domestiche e può essere reduce di un matrimonio infelice;

  4. Disturbo narcisista di personalità overt o covert;

  5. Ricerca approvazione per la sua immagine di “macho”, frequentatore di locali per single, parla con voce prominente e ostenta un comportamento chiassoso;

  6. Esibisce un’immagine di successo, guidando ad esempio una macchina sportiva;

  7.  Solitamente ricopre posizioni lavorative squisitamente corroborate alla mascolinità, come nelle forze armate o nella polizia, ovvero nell’industria edilizia;

  8. Può indossare un’uniforme per rafforzare la sua percezione di virilità.

 

Modus operandi

  1. Osserva la vittima, completamente all'oscuro, e la adesca nella sua trappola;

  2. L’azione è una combinazione di violenza fisica e verbale, se la vittima reagisce aumenta la violenza impiegata per soggiogarla;

  3. Può violentare la stessa vittima in diverse occasioni;

  4. Stupro prettamente vaginale;

  5. Può essere affetto da eiaculazione ritardata e trova di suo gradimento il sesso orale;

  6. Vittima: stessa età o più giovane

  7. L’atto sessuale è attuato precipuamente da un impulso irrefrenabile;

  8. Il movente di base è esercitare il potere in una dinamica predatoria;

  9. Intervallo fra gli stupri di 20-25 giorni;

  10. Coartazione della volontà della vittima in volontà collaborativa;

  11. Il livello di violenza si moltiplica con il tempo e con la reiterazione degli stupri;

  12. Può impiegare un’arma per minacciare la vittima;

  13. Non occulta la propria identità grazie a una componente strutturata di elevata autostima ed è convinto che terrorizzando la vittima, questa non parlerà;

  14. Mancanza di rimorso, non colleziona trofei e non redige diari.

  15. In questo caso de quo un atteggiamento collaborativo della vittima potrà ridurre il quantitativo di violenza impiegata ed evitare una risoluzione di morte.

Stupratore per sadismo: il sadico è decisamente lo stupratore seriale più pericoloso in assoluto. Nonostante si possa asserire l’assunto che uno stupratore difficilmente evolve la sua carriera criminale, nel caso del sadico si può affermare esattamente il contrario, giacchè prima o poi comincerà a uccidere. Come nel caso del rabbioso, il sadico brama infliggere dolore fisico e psicologico ma con la differenza che dalla violenza ne trae piacere. Non si ferma solo a stuprare ma si diletta a torturare e a mutilare con esiti mortali. Il confine tra stupratore seriale sadico e serial killer è molto labile.

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a famiglia monogenitoriale e monoparentale; (Monoparentale: a differenza delle famiglia monogenitoriale, ove è presente un solo genitore, la famiglia monoparentale abbraccia tutta quella gamma di realtà ove a prendersi cura del minore è un parente stretto come nonna sola con il nipote minorenne un adulto affidatario di un minore; una sorella maggiorenne che si fa carico della sorellina minorenne ecc)

  2. Ha subito Reiterati abusi durante l’infanzia;

  3. Un numero elevato di loro ha manifestato durante l’adolescenza diversi disturbi parafilici;

  4. Disturbo antisociale di personalità;

  5. Sposato, con un matrimonio privo di problematiche e molto elogiato nei suoi compiti paterni;

  6. Ha una buona reputazione sociale;

  7. Personalità ossessivo-compulsiva o OCD soprattutto in merito all’ordine;

  8. Quoziente intellettivo elevato;

  9. Non presenta precedenti penali;

  10. Pianificatore metodico, non si muove mai con improvvisazione, rispetta integralmente il piano;

Modus operandi

  1. Con l’impiego dello stupro ha l’obiettivo di veicolare un messaggio;

  2. Lo scopo precipuo è procurare il livello di dolore più alto possibile;

  3. Spostamento prediletto in macchina;

  4. Seleziona la vittima in modo accurato, la studia osservandola, controlla la zona e si assicura di seguire il piano ideato;

  5. La zona prescelta va oltre il suo territorio di residenza;

  6. Ha con sé un “kit da stupratore”, usa bavagli, nastro adesivo e altri attrezzi da tortura con lo scopo di terrorizzare ulteriormente la vittima;

  7. Prima di passare all’azione si diverte a raccontare cosa farà alla vittima;

  8.  Segue rituali precisi (conseguenza della personalità ossessivo-compulsiva e dei disturbi dello spettro OCD);

  9. Cerca di far dire alla vittima frasi che possano aumentare la sua libido;

  10. Spesso costringe la vittima a praticare un rapporto orale e poi la violenta;

  11. Può essere afflitto da eiaculazione ritardata;

  12. All’aumentare degli stupri si perfeziona il suo modus operandi;

  13. Può fare uso di sostanze stupefacenti;

  14. Se non viene catturato può divenire un serial killer.

  15. Essendo un soggetto altamente pericoloso, la reazione della vittima, sia passiva che reattiva, non diminuisce il livello di violenza adottata. La vittima può sperare che l’offender si limiti allo stupro e risparmi la sua vita.1

 

Bibliografia

Balloni A., Bisi R., Sette R., Manuale di criminologia - Volume II - Criminalità, Controllo, Sicurezza, coedizione Clueb-Edizioni Entro Le Mura, Bologna, 2013

Passim Robert I. Simon, I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno, Raffaello Cortina Editore, 2013

S. Vezzadini, Per una sociologia della vittima, Franco Angeli, Milano, 2012

Massimo Picozzi, Profiler, Sperling & Kupfer Editori, 201

(Deborah Bottino - Criminologa) La libido incontrollata dell’essere umano, che risponde precipuamente a impulsi del subconscio, in alcuni casi trova espressione attraverso la violenza. I reati sessuali, insieme all’omicidio, fanno parte di quella categoria di violenza ancestrale che fin dagli albori della vita umana sono stati parte integrante dei comportamenti dell’essere umano. In questo contributo si vuole proporre un tentativo di disamina delle aggressioni sessuali reiterate e seriali da una prospettiva tipicamente criminologica. Senza tralasciare il focus precipuo di questi delitti, funzionale a quest’analisi, concernente la serialità dell’aggressioni sessuali, ove alcuni offender, con particolari caratteristiche, attuano comportamenti reiterati e continuativi. Si possono identificare due categorie dei delitti di tipo sessuale:

  1. Unilaterali, ove si delinea una relazione tra un soggetto attivo, che pone in essere l’atto sessuale e uno passivo che lo subisce.

  2. Bilaterali, ove l’atto sessuale è posto in essere tra due soggetti consenzienti con offesa al pubblico pudore.

Chiaramente in ambito criminologico l’attenzione è puntata su quelli di tipo unilaterali che presentano una crimogenesi e una crimodinamica collegate a processi più complessi. Secondo la letteratura criminologica, i sexual offender di solito non subiscono quel processo di evoluzione della carriera criminale ponendo in essere reati maggiori e di solito sono individui schiavi dei loro impulsi sessuali con una tendenza ad appagare in maniera infantile i loro bisogni nella sfera sessuale, inoltre la sessualità perversa non è altro che una sessualità infantile maggiorata e smembrata in tendenze particolari. Queste asserzioni non devono, però, indurre la convinzione che determinati tipi di comportamenti, permeati da disvalore, siano esclusivamente illazione legate all’incapacità di controllare gli impulsi e di cedere all’etichetta dello “psicopatico sessuale”, d’altro canto si addossa anche una certa responsabilità a una “società marcia” con la convinzione che si annidi qualcosa di malato nei valori e nei costumi di riferimento come l’educazione, il potere persuasivo dei mass media, una cultura che vede la donna deputata a una posizione di inferiorità rispetto alla figura maschile e pertanto una categoria da tutelare o ancora un sistema giudiziario poco reattivo. La credenza più diffusa è che la maggior parte di questi casi di reato si verifichino in luoghi che, per antonomasia, sono classificati come pericolosi: vicoli bui, giardini pubblici, stazioni ecc, in realtà le statistiche dimostrano che rapporti sessuali senza consenso del partner, ergo violenza carnale, siano perpetrati tra le mura domestiche rientrando nelle dinamiche di maltrattamento del cosiddetto “crimine laconico”: una serie di delitti di difficile denuncia e che rientrano nel numero oscuro. Alla base della mancanza di denuncia sui casi de quo, vi sono due principi legati ai processi di vittimizzazione che sono strettamente conseguenti: da una parte il principio di victim precipitation [Wolfang; Amir 1960-1970] che attribuisce una sorta di responsabilità alla vittima per il verificarsi dell’azione criminale, la vittima con il proprio comportamento fa precipitare gli eventi. Proprio in merito ai casi di stupro, Amir, descrive la “precipitazione” posta in essere dalla vittima ogni qualvolta appaia acconsentire al rapporto sessuale per poi ritrattare improvvisamente il consenso ovvero non reagendo in maniera adeguatamente decisa contro l’aggressore, oppure quando la vittima impiega un linguaggio lascivo o ancora delle condotte seduttive e oscene o dalla sua “reputazione”. Proprio da questo principio si origina un rischio che rientra nel conseguente principio detto blaming the victim [Ryan 1970] molte persone che hanno subito una violenza rifiutano la denominazione di “vittima” portatrice di stigma con elementi negativi, pregiudizievoli e di svantaggio. Il biasimo sociale proveniente dai consociati porta la vittima (totalmente innocente) a rimproverarsi per ciò che gli è accaduto e a provare una sorta di colpevolizzazione che produce l’imposizione di un ruolo che la vittima ripudia e la porta a non denunciare ciò cha ha patito. I criminologi anglosassoni, osservando la diffusione dei casi di violenza sessuale ove i soggetti implicati hanno un anteriore rapporto di conoscenza, hanno tratteggiato due categorie criminologiche denominate: date and acquaintance rape o non stranger rape (stupri perpetrati da soggetti conosciuti alla vittima) e stranger rape (reati perpetrati da ignoti). I primi presentano una caratteristica legata non tanto all’impiego della forza, quanto piuttosto alla coartazione di volontà e alla mancanza di consenso al rapporto sessuale e la difficoltà nell’indagine sta anche nella mancanza di propensione delle vittime di denunciare questi eventi. La ricerca criminologica, grazie alle indagini sulla vittimizzazione (IVICI), ha evidenziato le motivazioni alla base di questa scelta di tacere. Le motivazioni sono corroborate a molteplici fattori come la paura di ritorsioni da parte dell’offender sia per proteggere se stessa che la propria famiglia, l’incapacità di sopportare la notorietà, l’eventuale stigma sociale conseguente alla denuncia e dunque il peso della vergogna.

 

1.1 La serialità degli stupri: il profilo dello stupratore seriale

Il tentativo di rinvenire le motivazioni, i fattori, le variabili che costituiscono il substrato di riferimento della serialità degli stupri non è per niente facile. Partendo dal presupposto che categorizzare e classificare i comportamenti umani, tra cui i comportamenti disdicevoli, è molto spesso controproducente. Il comportamento umano è frutto di diverse interazioni che si muovono in un continuum cangiante nel tempo e nello spazio. Pertanto si potranno avere in analisi due soggetti completamente differenti che presentano diverse storie di vita, diverso temperamento, diversa personalità, diverso carattere e diverse opportunità situazionali e saranno inclusi in un’unica categoria. Il comportamento, facendo parte dell’entourage umano, presenta sempre quel dominio di incertezza e imprevedibilità e pertanto quando si fa riferimento a queste categorizzazioni, a questi profili, l’investigatore o l’esperto non devono obliare che questi sono solo degli strumenti che possono coadiuvare il lavoro investigativo ma non possono essere la base su cui edificare l’intero impianto di indagine.

Fatta questa premessa si può ora impiegare l’uso di alcune classificazioni nel caso degli stupratori seriali che sono state ottenute grazie a un lavoro di profilazione. Tra questi possiamo annoverare il lavoro dell’agente speciale dell’FBI Roy Hazelwood in forza all’unità di scienze del comportamento, in cui suddivide gli stupri in sei tipologie: i dominanti-rassicuranti (power-reassurance, i dominanti-assertivi(power-assertive) i rabbiosi-vendicatori (anger-retaliatory), i rabbiosi in cerca di eccitazione (anger-excitation), i casuali (oppurtunistic) e gli stupri di gruppo (gang rape). Queste tipologie descritte dall’FBI, anche se con nomenclature diverse, appaiono molto simili ad un altro tipo di classificazione tracciato dallo psichiatria forense Robert Simon. Simon individua quattro profili di stupratori seriali: il compensatore, il rabbioso, il dominante e il sadico.

 

Stupratore per compensazione: il compensatore agisce per una mancanza di autostima strutturata. Il suo scopo non è quello di fare del male alla vittima e nella sua mente l’atto che sta compiendo non è un atto recante disvalore ma un comportamento assolutamente normale. Come se fosse un metodo consono a intraprendere relazioni. È convinto che ciò che sta ponendo in essere sia di gradimento anche per la vittima, più volte si preoccupa dello stato di benessere della vittima e successivamente tenta di mettersi in contatto con la vittima per informarsi sulle sue condizioni.

 

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a famiglie in cui sono presenti entrambi in genitori;

  2. Molte spesso vive a casa dei genitori;

  3. Non cura la forma fisica e presenta un carattere di tipo passivo e accondiscendente;

  4. Difficilmente è in grado di stringere relazioni amicale ed è privo di partner sessuale;

  5. Trascorre molto tempo su siti pornografici;

  6. Solitamente ha un lavoro modesto ma viene ritenuto molto affidabile dai datori di lavoro;

  7. Potrebbe essere affetto da disturbi parafilici, tra cui esibizionismo e voyeurismo.

 

Modus operandi

  1. Mancanza di autostima strutturata, l’atto di violenza sessuale è volto ad aumentarla;

  2. Pone in essere solo una forza fisica necessaria a realizzare l’atto;

  3. Non impiega armi e cerca di impossessarsi di trofei con cui riprodurre l’atto in solitudine per soddisfare nuovamente la sua libido;

  4. Nello stupro mette in atto le sue fantasie sessuali;

  5. Usa un linguaggio educato, usa toni gentili e si preoccupa del benessere fisico della vittima. In questo caso applica un meccanismo di disimpegno morale quale l’etichettamento eufemistico; (Meccanismo di disimpegno morale): Intervento di tipo linguistico. Espressioni che servono a prendere le distanze dagli effetti delle proprie azioni e ad attenuare le reazioni negative che possono suscitare. Serve a mitigare la dolorosità degli effetti prodotti. Semplicemente le azioni negative, aggressive vengono riviste, etichettate con termini diversi che enfatizzano gli aspetti positivi e nascondono invece la realtà negativa. [Bandura 1986-1996])

  6. Vittima: stessa età e razza dell’offender;

  7. Spazio e tempo: Durante la notte, nei pressi del suo quartiere residenziale con cadenza media ogni 7-15 giorni;

  8. È probabile che cerchi di mettersi in contatto con la vittima per assicurarsi delle sue condizioni, convinto che la vittima ne abbia tratto piacere;

  9. Custodisce un diario ove annota generalità della vittima e di dettagli dello stupro;

  10. Se non viene bloccato continua a reiterare gli stupri.

  11. Non essendo molto violento e presentando un carattere passivo e con scarsa autostima, una possibile decisiva reazione della vittima può metterlo in fuga.

     

Stupratore per rabbia: il rabbioso agisce per odio. Lo scopo del reiterato atto di stupro è l’ odio misogino che prova nei confronti delle donne. Attribuisce loro una sorta di colpa per qualcosa che ha subito come se tutte le donne fossero colpevoli delle ingiustizie e vessazioni a cui lui è stato sottoposto. Agisce in maniera conscia, con la consapevolezza di ciò che compie e della violenza che arreca alla vittima. Lo stupro è solo uno dei tanti atti violenti che pone in essere per avere una rivalsa. È uno solo dei tanti mezzi con cui realizza la sua “vendetta” contro il sesso femminile.

 

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a una famiglia vessata da diverse problematiche;

  2. Solitamente è cresciuto con un solo genitore (a causa di divorzio/separazione o altro), ha sviluppato sentimenti di ostilità nei confronti delle donne a causa del tipo di relazione stretta con la figura genitoriale di riferimento;

  3. È particolarmente legato al concetto di virilità, espressione di forza e vigore maschile e pertanto si dedica alla cura del corpo con attività sportive come il culturismo;

  4. Solitamente ha un partner stabile (legato con il vincolo del matrimonio) e non è aggressivo nei suoi confronti;

  5. Intrattiene molteplici rapporti extraconiugali;

  6. Presenta un temperamento violento, un carattere dinamico, risoluto e volto all’azione.

 

Modus operandi

  1. Attacchi improvvisi e privi di pianificazione;

  2. Obiettivo precipuo è di causare dolore e sofferenza;

  3. La vittima viene umiliata, denigrata, insultata. Le vengono strappati violentemente i vestiti di dosso e sferrati dei pugni e degli schiaffi;

  4. L’umiliazione della vittima continua anche dopo la sottomissione per aumentare eccitazione e infondere ulteriore terrore;

  5. Stupro vaginale, anale, e costrizione a rapporti orale (l’offender sente la necessità di esternare la sua rabbia con qualsiasi modalità, può ad esempio stuprare la vittima analmente e poi costringerla a praticare un rapporto orale e infine spargerle il liquido seminale sul volto);

  6. Vittima: stessa razza e stessa età (o più grande) dell’offender;

  7. Dopo l’atto non cerca più di contattare la vittima;

  8. Intervallo di tempo fra uno stupro e l’altro: sei mesi o un anno.

  9. L’offender presenta una componente violenta estremamente cruenta. Qualsiasi reazione della vittima, sia di passività sia reattività, non ferma l’azione. La vittima riporta molte percosse che la possono costringere a prognosi riservata o nei casi più aberranti le conseguenze riportate conducono alla morte.

Stupratore per potere: la componente principale dello stupratore per potere è il dominio. Lo stupro e la violenza nel suo anteposto generico rappresentano solo un mero mezzo per sottomettere la vittima e ribadire il potere che insito nella sulla virilità, lo stupro è un diritto connaturato giacchè tutto gli è dovuto.

 

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a famiglia monogenitoriale o adottiva;

  2. Spesso ha subito abusi durante l’infanzia;

  3. Presenta problemi fra le mura domestiche e può essere reduce di un matrimonio infelice;

  4. Disturbo narcisista di personalità overt o covert;

  5. Ricerca approvazione per la sua immagine di “macho”, frequentatore di locali per single, parla con voce prominente e ostenta un comportamento chiassoso;

  6. Esibisce un’immagine di successo, guidando ad esempio una macchina sportiva;

  7. Solitamente ricopre posizioni lavorative squisitamente corroborate alla mascolinità, come nelle forze armate o nella polizia, ovvero nell’industria edilizia;

  8. Può indossare un’uniforme per rafforzare la sua percezione di virilità.

 

Modus operandi

  1. Osserva la vittima, completamente all'oscuro, e la adesca nella sua trappola;

  2. L’azione è una combinazione di violenza fisica e verbale, se la vittima reagisce aumenta la violenza impiegata per soggiogarla;

  3. Può violentare la stessa vittima in diverse occasioni;

  4. Stupro prettamente vaginale;

  5. Può essere affetto da eiaculazione ritardata e trova di suo gradimento il sesso orale;

  6. Vittima: stessa età o più giovane

  7. L’atto sessuale è attuato precipuamente da un impulso irrefrenabile;

  8. Il movente di base è esercitare il potere in una dinamica predatoria;

  9. Intervallo fra gli stupri di 20-25 giorni;

  10. Coartazione della volontà della vittima in volontà collaborativa;

  11. Il livello di violenza si moltiplica con il tempo e con la reiterazione degli stupri;

  12. Può impiegare un’arma per minacciare la vittima;

  13. Non occulta la propria identità grazie a una componente strutturata di elevata autostima ed è convinto che terrorizzando la vittima, questa non parlerà;

  14. Mancanza di rimorso, non colleziona trofei e non redige diari.

  15. In questo caso de quo un atteggiamento collaborativo della vittima potrà ridurre il quantitativo di violenza impiegata ed evitare una risoluzione di morte.

Stupratore per sadismo: il sadico è decisamente lo stupratore seriale più pericoloso in assoluto. Nonostante si possa asserire l’assunto che uno stupratore difficilmente evolve la sua carriera criminale, nel caso del sadico si può affermare esattamente il contrario, giacchè prima o poi comincerà a uccidere. Come nel caso del rabbioso, il sadico brama infliggere dolore fisico e psicologico ma con la differenza che dalla violenza ne trae piacere. Non si ferma solo a stuprare ma si diletta a torturare e a mutilare con esiti mortali. Il confine tra stupratore seriale sadico e serial killer è molto labile.

Profilo psicologico

  1. Appartenenza a famiglia monogenitoriale e monoparentale; (Monoparentale: a differenza delle famiglia monogenitoriale, ove è presente un solo genitore, la famiglia monoparentale abbraccia tutta quella gamma di realtà ove a prendersi cura del minore è un parente stretto come nonna sola con il nipote minorenne un adulto affidatario di un minore; una sorella maggiorenne che si fa carico della sorellina minorenne ecc)

  2. Ha subito Reiterati abusi durante l’infanzia;

  3. Un numero elevato di loro ha manifestato durante l’adolescenza diversi disturbi parafilici;

  4. Disturbo antisociale di personalità;

  5. Sposato, con un matrimonio privo di problematiche e molto elogiato nei suoi compiti paterni;

  6. Ha una buona reputazione sociale;

  7. Personalità ossessivo-compulsiva o OCD soprattutto in merito all’ordine;

  8. Quoziente intellettivo elevato;

  9. Non presenta precedenti penali;

  10. Pianificatore metodico, non si muove mai con improvvisazione, rispetta integralmente il piano;

Modus operandi

  1. Con l’impiego dello stupro ha l’obiettivo di veicolare un messaggio;

  2. Lo scopo precipuo è procurare il livello di dolore più alto possibile;

  3. Spostamento prediletto in macchina;

  4. Seleziona la vittima in modo accurato, la studia osservandola, controlla la zona e si assicura di seguire il piano ideato;

  5. La zona prescelta va oltre il suo territorio di residenza;

  6. Ha con sé un “kit da stupratore”, usa bavagli, nastro adesivo e altri attrezzi da tortura con lo scopo di terrorizzare ulteriormente la vittima;

  7. Prima di passare all’azione si diverte a raccontare cosa farà alla vittima;

  8. Segue rituali precisi (conseguenza della personalità ossessivo-compulsiva e dei disturbi dello spettro OCD);

  9. Cerca di far dire alla vittima frasi che possano aumentare la sua libido;

  10. Spesso costringe la vittima a praticare un rapporto orale e poi la violenta;

  11. Può essere afflitto da eiaculazione ritardata;

  12. All’aumentare degli stupri si perfeziona il suo modus operandi;

  13. Può fare uso di sostanze stupefacenti;

  14. Se non viene catturato può divenire un serial killer.

  15. Essendo un soggetto altamente pericoloso, la reazione della vittima, sia passiva che reattiva, non diminuisce il livello di violenza adottata. La vittima può sperare che l’offender si limiti allo stupro e risparmi la sua vita.1

 

Bibliografia

Balloni A., Bisi R., Sette R., Manuale di criminologia - Volume II - Criminalità, Controllo, Sicurezza, coedizione Clueb-Edizioni Entro Le Mura, Bologna, 2013

Passim Robert I. Simon, I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno, Raffaello Cortina Editore, 2013

S. Vezzadini, Per una sociologia della vittima, Franco Angeli, Milano, 2012

Massimo Picozzi, Profiler, Sperling & Kupfer Editori, 201

C'è chi installa la videosorveglianza per controllare l'ingresso di casa (o del negozio) e chi lo fa sperando di beccare chi, davanti a casa, parcheggia male o non raccoglie le deiezioni dell'animale d'affezione. Di regola, la videosorveglianza privata dovrebbe essere utilizzata per proteggere il proprio ingrasso, ma la Cassazione con la sentenza 20527 del 2019 ha esteso il concetto di protezione anche alle zone limitrofe alla proprietà. Ha infatti escluso la violenza privata per chi installa le telecamere nel muro perimetrale della sua casa, anche se le usa pure per sorvegliare gli abitanti e denunciarli se parcheggiano male l’auto o non raccolgono le deiezioni dei cani. E non importa se dall'altra parte c'è i diritto degli abitanti della zona a modificare le abitudini scegliendo anche percorsi alternativi per rientrare dribblando le telecamere. Secondo la Suprema corte, infatti, la videosorveglianza, debitamente segnalata, è lecita perché finalizzata a proteggere i propri beni e l’incolumità personale e della famiglia. E anche se il monitoraggio costante può condizionare i movimenti del cittadino, consentendogli comunque di selezionare i comportamenti da tenere, questo va considerato come il risultato di un equilibrio e di un compromesso tra libertà individuali ed esigenze di sicurezza sociale. Il ricorso è stato accolto malgrado fosse dimostrato che gli abitanti della zona erano costantemente controllati nelle loro attività lavorative e nei loro movimenti. Controlli che si traducevano, a volte, in esposti per comportamenti irregolari o presunti tali : dalle esalazioni provenienti dai laboratori della zona, agli schiamazzi, dai “bisogni” dei cani non raccolti, alla macchina in doppia fila. Ad avviso della Suprema corte, non si può parlare di violenza privata. Un reato che scatta solo con l’uso di qualunque mezzo sia utile «a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere, anche in una violenza “impropria” che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione». La Cassazione ricorda che per il reato, non è necessaria una violenza verbale o esplicita ma basta qualunque comportamento o atteggiamento «idoneo a incutere timore o a suscitare la preoccupazione di subire un danno ingiusto, finalizzato ad ottenere che, mediante tale intimidazione, il soggetto passivo sia indotto a fare, tollerare o omettere qualcosa». L’uso delle telecamere, nel caso di specie, è stato ritenuto lecito e i condizionamenti - come l’ «accortezza» di cambiare strada per sottrarsi alle riprese - erano minimi «tali da non potersi considerare espressivi di una significativa costrizione della libertà di autodeterminazione».

Dopo più di due anni di lavoro il traguardo è oramai vicinissimo: presto avremo la norma UNI sulla professione del Criminologo. Si è conclusa da poche ore una riunione decisiva del tavolo di normazione per regolamentare la professione. Decisi i requisiti d'accesso, per la certificazione e le conoscenze, competenze ed esperienze necessarie. E' già stata calendarizzata la prossima riunione nella quale, si auspica, sarà licenziato il testo definitivo.

Nessun rapimento, nessuna fuga, come si pensava in un primo momento quando ancora si nutriva una certa speranza: Mario Bozzoli, l'imprenditore bresciano scomparso l'8 ottobre 2015, sarebbe stato ucciso nella fabbrica di Marcheno dai rampolli di famiglia, 33 e 40 anni, figli del fratello maggiore Adelio, con i quali condivideva l’azienda fra mille litigi. Un odio familiare profondo covato per anni ed esploso nell’ultimo giorno di vita del titolare di una fonderia della Val Trompia che sfornava lingotti d’ottone. L'indagine, che era stata avocata a se dal procuratore generale di Brescia, è giunta in questi giorni formalmente a conclusione con l'accusa di omicidio premeditato. Per soldi e per profondo odio personale. Il tutto in famiglia, ancora una volta teatro di violenza e morte.

Il corpo non si è mai trovato, pertanto l'ipotesi investigativa più plausibile sembrava quella della soppressione del cadavere nel forno di fusione del metallo. L'anatomopatologa Cristina Cattaneo incaricata degli accertamenti nel forno ha cercato il dna di Bozzoli fra i materiali di scarto del forno, ma non è emersa alcuna traccia biologica fra le ceneri della fonderia e neppure negli ambienti circostanti. Che fine ha fatto il corpo? Non si sa, pertanto avremo l'ennesimo processo per omicidio senza il cadavere.

Un processo indiziario, dunque, dove occorrerà cucire insieme secondo una logica frammenti non proprio decisivi, se presi singolarmente. Al di là dell’inchiesta finanziaria delle Fiamme Gialle, alcune testimonianze sono considerate importanti. Come quella dell’ex fidanzata bergamasca di Giacomo, Jessica: «Sono stata con lui fino al 2011. Mi aveva detto che i suoi rapporti con lo zio non erano buoni. Avrebbe voluto ucciderlo, ma per farlo, serviva il delitto perfetto». La ragazza di un amico di Giacomo che avrebbe addirittura sentito qualcuno chiedergli se e quando avrebbe ucciso lo zio. Mentre uno degli operai ha riferito: «una volta il nipote mi aveva promesso dei soldi se avessi picchiato Mario». Altro indizio: le telecamere interne dell’azienda. Sarebbero state direzionate da remoto in modo da non inquadrare alcuni ambienti. E le password per intervenire erano nella disponibilità dei solo nipoti. C'è poi un giallo nel giallo: quello dell’operaio Giuseppe Ghirardini, presente in azienda il giorno del delitto, e trovato morto dieci giorni dopo fra i boschi della Valcamonica, con una fiala di cianuro in corpo. Anche questa indagine è stata avocata dalla procura generale. «Una cosa è certa — spiegano gli inquirenti — Ghirardini arrivò lassù da solo e quindi non può trattarsi di omicidio. Al limite di un’istigazione al suicidio». Ma è solo un'ipotesi non sorretta da nemmeno un elemento indiziario.

Il risultato delle indagini dattiloscopiche offre piena garanzia di attendibilità e può costituire fonte di prova senza elementi sussidiari di conferma anche nel caso in cui sia relativo all'impronta di un solo dito, purché evidenzi almeno sedici o diciassette punti caratteristici uguali per forma e posizione, in quanto fornisce la certezza che la persona con riguardo alla quale detta verifica è effettuata si è trovata sul luogo in cui è stato commesso il reato. Con tale affermazione, contenuta nella sentenza n. 54493 del 28 settembre 2018, la Quinta sezione penale delle Cassazione ha ribadito una posizione già univoca della giurisprudenza di legittimità. Ne consegue che il risultato dell'indagine dattiloscopica, anche in questo caso, è legittimamente utilizzato dal giudice ai fini del giudizio di colpevolezza, in assenza di giustificazioni o prova contraria su detta presenza.

Tutto iniziò in una fredda mattina romana, 19 anni fa, quando un pescatore seduto su una sponda del Tevere intravide nell'acqua un cadavere ridotto molto male. Il caso, apparentemente si risolse in amen: ventiquattro ore dopo la polizia, consultata la lista degli scomparsi, infatti diede un nome a quel corpo ormai saponificato: Padre Pierre Silviet-Carricart, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, domiciliato presso la Casa Generalizia di via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo. Era uscito dal convento il 5 gennaio e non vi aveva più fatto più ritorno. Il sacerdote francese, 57 anni, esiliato a Roma dopo una breve detenzione nella prigione di Pau con l’accusa di aver stuprato un allievo dell’istituto Notre Dame de Bétharram, di cui era rettore, sarebbe dovuto tornare presto in un Palais de Justice, convocato dal magistrato Christian Mirande in seguito alla denuncia di un secondo minore, pure lui iscritto al Notre Dame di Bétharram. Tra i brandelli di ciò che rimaneva delle vesti era impigliato un rosario, indizio utile nella complicata fase dell'identificazione. A riconoscere il cadavere all'obitorio fu un confratello del Sacro Cuore che però precisò: «È lui, anche se lo ricordo più basso...». Una volta tanto le procedure furono sollecite: il nulla osta al rimpatrio della salma fu concesso in tempi rapidissimi ed il feretro fu trasferito subito oltralpe per i funerali e il rito della sepoltura , officiato il 10 febbraio 2000 nel camposanto di Lestelle-Bétharram.

Sulla fine dell'uomo di chiesa si fece subito l'ipotesi del suicidio, indotto probabilmente dai timori di una nuova carcerazione. Del resto, la lettera trovata nella sua stanza dall’avvocato Serge Legrand, che era anche amico personale del sacerdote, poneva in evidenza uno stato d’animo sofferente, rassegnato. «Ho compiuto il mio cammino, sono al Golgota, la mia croce si sta alzando...». Ma la solerzia dell'avvocato Serge Legrand nel girare ai giornali lo struggente addio di Padre Pierre ebbe l'effetto di alimentare congetture. «Troppa fretta, che bisogno c’era di rendere pubblico lo scritto di un uomo di Chiesa?». Così, Gérard Boulanger, avvocato di una delle presunte vittime di abusi sessuali, iniziò un’agguerrita e tenace indagine, che portò qualche esito interessante. In primo luogo, l'indagine difensiva portò ad evidenziare la differenza di altezza del defunto tra quanto riportato nella carta d’identità (1 metro e 70) e quanto scritto nei referti autoptici (1 e 75). Del resto, a questo riguardo anche il confratello chiamato per il riconoscimento aveva evidenziato l'anomalia. Quindi si giunse alla richiesta di riesumazione del cadavere, sulla base di un terribile sospetto: sicuro che dentro la bara ci fosse proprio il corpo di Padre Pierre? Non è che qualcuno aveva trovato il modo di infilare nella cassa un morto recuperato chissà dove, al fine di coprire la fuga e regalare una seconda vita al prete marchiato di pedofilia?

Insomma, un complotto ben congegnato per favorire Padre Pierre.

A ricostruire diversamente la storia, respingendo ogni ipotesi di questo tipo fu Saràpoi Adriano Meis, eminente personalità della congregazione, secondo cui l'ipotesi del complotto rappresentava un'assurdità al limite della fantascienza, frutto “dell’anticlericalismo fortemente radicato in Francia, cui si aggiunse il narcisismo tipico di certa magistratura”. Ma l’ipotesi della macchinazione fu presa talmente sul serio e la tomba venne scoperchiata davvero. Scrisse Liberation il 10 novembre 2000: «Il rigoroso allineamento delle sobrie lapidi dei religiosi di Notre-Dame-de-Bétharram sarà sconvolto: si tratta di riesumare il corpo dell’ultimo padre anziano per un campione di Dna». E così fu. Le spoglie mortali del reverendo tornarono alla luce per il loro ultimo viaggio alla volta dei laboratori di Genetica forense. «Il Dna conferma l’identità del religioso sepolto a Pau. Il corpo è di P. Pierre Silviet-Carricart. Ciò pone fine all’azione penale e sancisce il non luogo a procedere», ufficializzò la notizia il giornale cattolico La Croix, il 5 dicembre 2000. Il caso è risolto, salvo comprendere la causa della morte.

Stalking e violenza di genere. se ne parlerà domani, 8 maggio 2019, in una giornata di studi presso la Sala Consiliare del Comune di Sarzana.

Aprirà i lavori il Sindaco di Sarzana, dottoressa Cristina Ponzanelli.

L'intervento centrale è affidato allo Psichiatra Leonardo Moretti, membro del comitato scientifico dell'Associazione Criminologi Per l'Investigazione e la Sicurezza e componente del tavolo UNI per la norma sul profilo professionale del Criminologo.

L'inizio dei lavori è previsto alle ore 18,30. Oltre agli interessati alle materie criminologiche il convegno è aperto a tutti.

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L'Associazione Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza (AICIS) è una associazione di professionisti costituita ai sensi della legge n. 4/2013 per rappresentare e garantire le prestazioni professionali del Criminologo certificato.

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